Intervista a Raffaele Schiavo

In occasione dell'uscita del nuovo libro "Danziamo la voce fino alla morte" ho intervistato l'autore per parlare del suo lavoro e del  metodo che porta in giro per il mondo: il Vox Echology

Ciao Raffaele, intanto grazie per avermi concesso il tuo tempo e per voler condividere con me e con i lettori di Musica e Mente il tuo nuovo lavoro.

 

Partiamo appunto dal titolo del tuo nuovo libro: “Danziamo la voce fino alla Morte”,edito da CLEUP (Cooperativa Libraria Editrice Università di Padova).

 

Titolo un po’ forte e d’impatto, che esplicita da subito due elementi per te centrali: la voce e il fine vita, dato che ti occupi di cure palliative. Ecco allora volevo chiederti, data la tua esperienza, cosa lascia la voce (il canto) negli ultimi istanti o giorni al paziente? Quali sono i cambiamenti che noti? La musica come può aiutare ad affrontare il loro viaggio e come questa ha dei riflessi sui parenti? Cioè è “solo” un gesto caritatevole o è un’ultima trasformazione?

 

Grazie dell’accoglienza, caro Amedeo. Che a muover l’intera faccenda sia la spinta caritatevole, complessa quanto la natura umana, è fuor di dubbio. Spingersi con criterio estetico dinanzi al dolore, al delirio e alla devastazione della persona morente e dei suoi cari si traduce nel saper cogliere i riflessi musicali della loro precarietà strutturale, riportare l’integrità del loro racconto d’insieme in chiave artistica e da lì concertare la performance tra le voci in campo, tra tutte le parti in gioco.

 

È in questo processo compositivo che la trasformazione si compie: in questa revisione continua del vissuto personale, dove ognuno ritrova nella propria voce il diretto prolungamento di un corpo ferito, che ha ancora da dire e raccontare tanto insieme alla persona amata o odiata, in ogni modo vicina.

 

La vita condivisa, densa di sospesi, di nuove e antiche conferme, di tragedia e di farsa, si ripresenta al mondo in chiave estetico musicale, perché le sue complicazioni e i suoi intrecci siano assorbiti, filtrati e riadattati all’esperienza del dialogo polifonico: un’espressione d’insieme che a livello della parola parlata non potrebbe esistere, se non seminando caos e dispersione, malessere e ritiro.Sono tante le cose che si possono compiere riconsiderando l’estetica della cura, proprio quando non c’è più niente da fare dal punto di vista della guarigione fisica e rigorosamente medica.

 

La forza che tu cogli dal titolo del libro, e ne sono lieto,è motivata dal puro desiderio di trasmettere il metodo,sia sul piano concreto dell’esperienza corporeo-rituale del canto, sia sul piano metaforico rispetto al senso formale della chiusura di una composizione teatrale-musicale, la fine: la morte fisica dello spazio-tempo del progetto-azione della performance: la partitura di una vita composta ed eseguita insieme ai partecipanti, co-autori e orchestrali più o meno affettuosi.

 

Rispetto all’impatto che il titolo possa sortire, ovviamente mi auguro che le persone siano spinte dalla curiosità di consultare il libro e capire che non si tratta solo di riflessioni sopra un programma di musicoterapia, ma di un vero progetto educativo che nasce dall’insegnamento della musica rivolto a insiemi di individui che desiderano migliorare la qualità delle loro relazioni attraverso un linguaggio artistico che ben rispecchia la complessità umana. Non è un libro per tutti, ma neppure un libro per specialisti.

 

È una lettura che sento destinata a personalità eclettiche e a professionisti della relazione d’aiuto; senza escludere l’intellettuale appassionato alla dicotomia arte-società e tutti coloro che stanno imparando a non temere, bensì ad ascoltare, le contorte radici della natura umana.In ultimo, è un libro che intendo indirizzare proprio ai miei colleghi musicisti - performer, didatti e musicoterapeuti, perché prendano reale confidenza con l’essenza organica della polifonia musicale e applicarla al loro quotidiano di persone privilegiate.

 

Parallelamente e trasversalmente, in ambito clinico come in ambito teatrale, mi interessa infondere una modalità artistica d’intervento, giacché questa è per me l’idea di musicoterapia; tuttavia, questo pensiero deve svolgersi entro i limiti di una condotta polifonica, che sia disponibile a rientrare rigorosamente nella programmazionedi un’equipe interdisciplinare.

 

Questo sacro contenitore, scientifico e ugualmente umanistico, si adopera per fornire ai suoi elementi attivi e infervorati una serie di parametri di controllo delle emozioni, dei sintomi sgradevoli e intollerabili, delle condizioni di cura e del momento cruciale della vita dei pazienti e dei familiari.

 

Ci si ritrova in un concerto di condizioni emozionali, deontologiche e analitiche; per cui si cerca davvero di incontrare la polifonia del pensiero e delle azioni di ognuno, perché le manovre progettuali e programmatiche siano in ogni caso strutturate per il bene del paziente e del contenitore stesso, veramente da intendersi come il tempio che accoglie e trasforma la narrazione degli eventi al suo interno.

 

Sia nell’arte che nel setting quanto è importante il silenzio per te? Che valore gli hai attribuito lavorando in un settore molto particolare e nuovo, anche per i musicoterapisti, come quello delle cure palliative?

Nel paragrafo dedicato all’esposizione del tuo metodo: il VoxEchology, parli di polifonia musicale come metafora della coesione sociale, un modo per smussare Narciso in favore di Echo. In un mondo come il nostro orientato sempre più verso l’egocentrismo, credi che ci sia ancora spazio per la polifonia sociale?

Parli spesso di politica, oggi gli artisti in particolar modo i cantanti sembrano disinteressati alle tematiche sociali. Quanto tutto ciò è invece importante per te e come credi ci possa essere un collegamento con la musicoterapia?

 

Il silenzio è un argomento che, rispetto al linguaggio musicale come parametro di dialogo con se stessi e gli altri, spiazza diverse personalità sociali, dalle più umili alle più egocentriche. Il silenzio è qualcosa che in natura non esiste. E in ogni caso, esso procede, come il resto delle cose, di riflesso alla nostra autoritaria presenza nel mondo.

 

Solitamente il silenzio viene interpretato come momento di disponibilità all’ascolto e alla riflessione, al riparo dal caos e dall’accumulo di suoni che addensano contenuti, definiti o appannati che siano,sgradevoli e inopportuni come è facile che appaiano alle percezioni altrui. E fin qui, ovviamente, nulla da eccepire. Tuttavia, manca fra la gente - persino fra chi la musica l’ha studiata - un’idea di silenzio come azione che prelude a un pensiero che aiuti a intrecciare e a incastrare logiche diverse, ruoli che si interfacciano ad altri ruoli nel qui e ora della loro coesistenza, procedendo contemporaneamente e a tempo, in pieno contrasto fra di loro e alla ricerca di fugaci allineamenti armonici.

 

Manca dunque l’abilità di programmare un silenzio che strutturi esso stesso le dinamiche polifoniche; un silenzio capace di rendersi suono che modula l’interazione tra le voci in campo, nell’imminenza di una tipologia temporale da seguire per una configurazione d’insieme. Un’educazione musicale incentrata sulla polifonia e la costruzione d’insieme ben sopperirebbe a queste mancanze.

 

Ed è qui che il mio metodo VoxEchology pone le sue fondamenta e che io provo ad avanzare in contesti scientifici e in prossimità di un dottorato di ricerca che possa dare ulteriore dignità al mio lavoro. In musica, essere ed esistere insieme improrogabilmente educa a un comportamento di ascolto che non richiede un reale silenzio, una sosta, bensì un fare concreto con gli altri: una progettualità che sia contemporanea a quella delle altre voci in campo, delle altre parti in gioco che prontamente, e appesi al filo della precarietà, si affidano agli equilibri di un programma comune che si rende folle, perché rende reale la concertazione delle idee.

 

In polifonia, una voce in ascolto degli altri muove l’azione musicale, fa e ascolta simultaneamente. In altre parole, bisogna trovare il modo di spiegare alla gente che l’apprendimento del linguaggio musicale, compiuto essenzialmente attraverso il corpo e la voce, si traduce in schemi di interazione complessa fra gli individui. E diventa, di riflesso (Echo), una concreta metafora di rimandi e di restituzioni tra il contenitore e i suoi più disparati contenuti, tra legittime rigidità e flessibilità discontinue.

 

Tutto questo per dire e raccontare come una idea di vita sociale felice e funzionale sia possibile. Paradossalmente, qui i contrasti e i conflitti diventano motivo di bellezza. E chi sa di contrappunto e di armonia, conosce i risultati concreti di questo modo delirante di parlare del fatto musicale in sé.

 

Che esso possa anche rendersi incomprensibile a parole dà comunque una misura di quanto l’educazione musicale sia ancora limitata a fattori meramente virtuosistici, rispetto a ciò che il talento possa rappresentare per una collettività disorientata e fallimentare. Un’educazione musicale che si presenta in aiuto della struttura sociale è già di per sé terapeutica, essendo il corpo sociale la reale matrice di ogni benessere individuale, salute compresa.

 

In un paragrafo parli dello Sciamano metropolitano, potresti descrivere brevemente la tua idea di sciamanesimo e come questa si possa conciliare con un’ottica scientifica adatta ad un approccio clinico? Nella parte finale del libro ci porti alcune tue esperienze, tra tutte la prima quella dedicata alla signora Faustina mi ha colpito molto. Ci sono anche dei tuoi video su youtube dedicati al lavoro che avete fatto insieme. Mi chiedevo allora come fai a condurre i pazienti, che nella maggior parte dei casi sono anziani, a una dimensione cosi musicalmente ancestrale e arcaica, senza che questi oppongano resistenza dato che loro vivono una quotidianità spesso agli antipodi della dimensione che porti. E quindi di riflesso volevo chiederti se nel tuo lavoro questa ritualità è sempre presente o si mostra solo quando necessario.

 

Ritualità, finzione, tecniche teatrali e musicali, addestramento voce-corpo,pratica e metafore della polifonia, politica ed economia del saper viver e costruire insieme. Sono tutte tematiche variabilmente connesse tra loro, in questo mio percorso di ricerca socio-musicale ideato come VoxEchology, dalla performance alla terapia.

 

Resta valido il motto che emergeva dal mio precedente libro: ricostruire la relazione con intelligenza musicale. È entro questo perimetro di sacro rispetto referenziale che gioco a incarnare la figura dello sciamano metropolitano.

 

È qui che il mito di Narciso riprende la sua unità con quello di Echo. I due personaggi archetipi ben rappresentano la logica audio-visiva di ciò che il riflesso di entrambi coglie del rapporto individuo-ambiente:ossia,di come le idee e le intuizioni di ognuno possano rimbalzare dappertutto nello spazio tempo del contenitore che incontra i suoi stessi contenuti,mentre lo sciamano metropolitano (esperto di teatro musicale e di relazioni d’aiuto) raccoglie e trasforma tutto ciò che sente e vede secondo formalità artistiche, fiducioso del criterio estetico che regge la costruzione delicata delle sue cornici di senso.

 

La condotta sciamanica è la forma stilistica che ho scelto per condurre l’intera mia ricerca artistica: dalla gestualità e dai suoni delle voci in campo ricevo i segnali per la costruzione di un dialogo artistico che oscilla liberamente dalle questioni più razionali alle forme articolate dell’inquietudine. In altre parole: qualcuno deve pur prendersi cura delle follie che aggrediscono l’organismo umano in preda al dolore e alla frustrazione.

 

Abituarsi a giocare con le espressioni degli altri e ricontestualizzarle entro uno spazio-tempo privilegiato, come può essere quello artistico, significa già incarnare una figura di tipo sciamanico e giocare a sentirsi capaci di fingere di attraversare l’ignoto per riceverne informazioni preziose alla comunità;per ricostruire senso e simbolo dell’esperienza devastante e ricoprirla di bellezza, richiamando formule simili a quelle che scaturivano dai processi iniziatici di antiche tribù umane, disolide comunità di cui si son perse memorie e fantasie.

 

L’estetica del rito che enfatizza qualsiasi evento comunitario - dalla vita alla morte delle idee, delle persone e dei loro strumenti di civiltà – è l’essenza di questo mio procedere in aiuto dell’individualità sociale: di una dimensione di Sé che non può far a meno dell’apporto e del riconoscimento degli altri, nella ricerca comune del benessere e della salute, della felice e appassionata convivenza con la diversità.

 

Sono sinceramente convinto del fatto che gli esseri umani potranno cambiare rotta e dirigersi verso un sistema vitale polifonico ed efficiente, se aderiranno ai principi di un’intelligenza musicale costruita appositamente per risolvere i loro conflitti relazionali.

 

 Per maggiori info e per acquistare il libro: http://www.cleup.it/danziamo_voce_morte.html

 

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