Musicoterapia e Alzheimer

La musicoterapia come strumento relazionale e di organizzazione del sé nel trattamento dell'Alzheimer

La malattia d’Alzheimer è un processo degenerativo che distrugge lentamente le cellule del cervello è la forma più comune fra le demenze e si stima che in Italia ne siano affetti circa seicentomila persone.

 

Ad oggi non esistono cure che permettano di guarire, quindi tanto il trattamento farmacologico quanto le varie terapie utilizzate hanno il solo scopo di frenare e ritardare per quanto possibile la progressione della malattia.

 

Negli ultimi anni si è assistito al proliferare di ricerche sulla validità ed efficacia della terapia musicoterapica nel trattamento dell’Alzheimer; è stato dimostrato che la musica riesce ad arrivare anche laddove sembrano esserci be poche speranze di sollievo, infatti è stato messo in evidenza il fatto che la capacità musicale è fra le ultime abilità a subire la totale compromissione.

 

La musica durante il corso della nostra vita si posizione nella parte più recondita della traccia mnestica rimanendoci per sempre, questa è quindi la prova che tutti gli esseri umani sono creature musicali.

 

Come è ben noto, uno dei deficit vissuti dal soggetto è la frammentazione del sé; una disgregazione dell’armonicità che causa notevoli sofferenze.

 

Il senso di disorganizzazione, la perdita delle coordinate spazio-temporali e delle basi affettive provocano intensi stati d’ansia e/o depressione.

 

Il lavoro musicoterapico deve quindi tendere a dare loro un senso d’unicità, coesione, accoglienza ed empatia.

 

Da qui l’importanza della scelta dei brani o attività con tempi lenti, ritmi molto scanditi e prevedibili, musiche “dei loro tempi” in grado di farli sentire a casa; a seconda poi della tipologia d’intervento che si sta attuando, melodie molto lunghe rilassanti e in tonalità maggiore, aiutano la distensione psicofisica.

 

È stato ampiamente dimostrato che la musica di sottofondo facilita il riaffiorare di ricordi autobiografici indipendentemente dal fatto che sia conosciuta o meno, questa comporta dei benefici cognitivi anche in pazienti gravemente compromessi.

 

È fondamentale anche la ripetitività, nella struttura formale dei brani così come nei gesti e nei rituali quali quello dei saluti, poiché le attività reiterate danno sostegno alla funzione del ricordo.

 

Ancora più importante è l’attenzione al corpo e alle emozioni: le canzoni popolari portano con sé un immenso bagaglio di ricordi ed esperienze; gioire danzando assieme può sembrare un’attività fine a se stessa, senza alcuna valenza terapeutica, ma a ben vedere non è cosi, infatti anche il corpo possiede una memoria, e una posizione, un gesto o un movimento possono dar luogo a ricordi che sembravano relegati all’oblio.

Riportare una persona affetta da Alzheimer ad un momento della sua vita passata, significa ridargli la possibilità di riavere un’identità, poiché noi siamo, prevalentemente sulla base di ciò che siamo stati.

 

Spesso queste persone sono bloccate in stereotipie, azioni insensate e ripetitive che in realtà rappresentano delle tattiche di sopravvivenza, seppur disfunzionali. Questi rituali meccanici sfociano o autoalimentano stati ansiosi o depressivi.

 

Per questo è importante instaurare un clima di leggerezza e spontaneità, dato che emozioni come la gioia e l’allegria sciolgono i meccanismi automatici distraendo il soggetto da se stesso a attirando la sua attenzione verso l’esterno.

 

 

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