Come fa la musica ad emozionarci?
Quello tra la musica e le emozioni è un dialogo complesso e articolato che ha posto svariati interrogativi e ha portato scienziati e musicisti di tutto il mondo a dare diverse interpretazioni
Musica ed emozioni
Se dopo l’ascolto di un brano musicale, di un’opera o di una composizione che ci è piaciuta particolarmente, qualcuno ci chiedesse che cosa abbiamo provato, potrebbe essere probabile che la nostra descrizione corrisponda a quella di un’altra persona chiamata a descrivere le proprie sensazioni rispetto alla stessa esperienza. In altre parole, persone diverse, in contesti diversi potrebbero dire di aver provato le stesse emozioni all’ascolto della musica preferita.
Frasi come: “la musica mi trascinava via” o anche “ho sentito i brividi” sono talmente comuni da essere dei veri e propri cliché, ma è altrettanto vero che se sono così diffuse c’è un motivo di fondo.
La musica ci emoziona da sempre, ma la valenza che ha avuto per l’uomo e l’uso che ne ha fatto non sono sempre stati quelli a cui noi oggi siamo abituati.
Per Tolstoj la musica era “La stenografia dell’emozione”, ma per Sant’Agostino il lato emotivo di questa, costituiva un serio problema di cui occuparsi, poiché i fedeli potevano essere attratti più “dal canto che da ciò che si canta”, senza contare tutte le sfumature del desiderio che la musica ha in sé, tanto che nella controriforma si fecero grandi sforzi per eliminare dalla musica sacra, le influenze secolari.
Comunque sia, tutt’oggi ci è ancora difficile capire come facciamo a dare senso a questi impalpabili segnali acustici, e meno che mai sappiamo perché ci muovono alla gioia come al pianto, perché ci fanno infuriare o danzare.
Solo in tempi abbastanza recenti la questione dell’emozione è stata affrontata dagli scienziati cognitivi e dai musicologi.
Eduard Hanslick ne “Il bello musicale”, uno dei primi sistematici studi moderni di estetica musicale, affermava che nel XVIII° e nel XIX° secolo non era per niente scontato che la musica consistesse nell’arte di elaborare i suoni allo scopo di esprimere e suscitare emozioni. Inoltre sollevava dei dubbi riguardo la diretta corrispondenza tra una composizione musicale e i sentimenti che questa susciterebbe.
Ad esempio, Beethoven era percepito dai suoi contemporanei come più appassionato rispetto al “freddo” Mozart. Ma a sua volta quest’ultimo un tempo era considerato un compositore acceso rispetto ad Haydn.
Questo ci mostra come già nel 1854 anno di uscita del saggio di Hanslick, fosse chiaro come nella musica non si possano incorporare emozioni e sentimenti definiti.
Il tema dell’emozione musicale è diventato centrale nel campo della cognizione musicale, e ci si è occupati di come le persone reagiscano al tipo di musica che preferiscono, abbandonando le concezioni precedenti che dissezionavano la musica poiché è altamente improbabile che qualcuno provi delle forti emozioni ascoltando un’onda sinusoidale emessa da un generatore di toni.
Nonostante tutto, gli studi di psicologia della musica, ad oggi, non possono darci delle risposte chiare e definitive sull’argomento, però
È chiaro a tutti come, non esistendo una corrispondenza diretta tra un brano e una certa emozione, non può esserci una manipolazione del suono per ottenere lo stato d’animo desiderato.
Quindi per quanto riguarda il contesto musicoterapico, è alquanto banale, ma forse ancora necessario, ribadire come la musica non sia una pillola che produce l’effetto desiderato.
Lo psicologo John Sloboda nel suo “Exploring the Musical Mind” avvertiva che gli studi psicologici sulle emozioni generate dalla musica rischiano di dare l’impressione di voler ridurre i brani preferiti a una serie di effetti, appunto come una medicina. Egli definisce questo approccio, “il modello farmaceutico della musica”.
Di contro però ci sono degli ottimi motivi per ritenere che vi siano alcuni princìpi generali alla base della risposta emotiva alla musica.
Quindi se, come più volte ribadito, non ci sono brani o composizioni in grado di sortire un effetto certo e predeterminato, tuttavia esistono dei “trucchi” abbastanza meccanici in grado di suscitare in noi determinate emozioni. Un esempio su tutti, le colonne sonore dei film, che nonostante siano messe lì per un motivo scontato, quello di farci emozionare potremmo dire quasi “a comando”, noi non riusciamo ad “evitare” di provare sensazioni forti correlate alle scene che vediamo.
Come possiamo constatare, quindi, il rapporto fra musica ed emozioni è un campo vastissimo da esplorare e una questione ancora del tutto aperta
Bibliografia:
Philip Ball, “L’istinto musicale”: perché abbiamo la musica dentro
Amedeo Martorana
Musicoterapeuta e Fondatore di Musica e Mente
Musica e Mente è il portale che si occupa di divulgare la musicoterapia e il rapporto fra musica e benessere, in Italia